L'olandese volante

Perché sprechiamo così tanto

Riceviamo e pubblichiamo

Autore: Antonio Turiel

Traduzione: Riccardo Micco per ‘A Madrid Si Muove Un’Altra Italia’

C’è un tema ricorrente nelle discussioni che hanno per tema l’energia ed è la possibilità di mantenere una società stabile e sostenibile diminuendo volontariamente il consumo. Questa affermazione è innegabilmente vera: da sempre sostengo che è ridicolo parlare di scarsità di energia quando si stanno consumando nel mondo, ogni giorno, 85 milioni di barili di petrolio (di 159 litri cadauno); pensateci: sono più di 156 mila litri al secondo in tutto il pianeta, e ogni litro di questo elisir magico contiene la stessa energia che un uomo sano e forte (100W di potenza media) potrebbe produrre lavorando senza sosta per quasi 4 giorni e mezzo (106 ore circa). A conti fatti, il mostruoso flusso di energia da petrolio nel pianeta equivale giornalmente al lavoro di 60 miliardi di ben forniti infaticabili schiavi energetici da 100W l’uno: 8 e mezzo per ogni abitante del pianeta, e questo solo dal petrolio(1) (dato che il consumo globale di energia primaria è di circa 14TW di media sommando tutte le fonti, equivale a 20 schiavi energetici per persona; la media europea arriva a 45 schiavi energetici procapite, mentre negli USA la media è 120 schiavi per persona). Giudicate voi allora se si può parlare di scarsità con questi numeri, soprattutto se si tiene conto di come si spreca l’energia.

Tuttavia si sta producendo una situazione di carenza.

 stagnazione produzione di petrolio

Grafica elaborata a partire dai dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) e del dipartimento per l’energia degli Stati Uniti (EIA), mostra la stagnazione della produzione di petrolio dall’anno 2005, indicato da molti come l’inizio del Picco Del Petrolio. 

Questa penuria non è tecnica, nè materiale (perchè anche se nel futuro ci sarà meno energia, ce n’è tanta che potremmo pilotare una lenta e dolce discesa fino ad arrivare ad una terra ferma rinnovabile; con un consumo di uno o due ordini di grandezza inferiore all’attuale, questo sì). Il problema della scarsità viene dal fatto che energia ed economia sono intimamente legate(2), e pretendere di esaminare le due variabili separatamente, fino al punto di provare a risolvere i problemi di una indipendentemente da quelli dell’altra, impedisce di vedere la profondità dell’abisso sul quale, come societá globale (non solo occidentale), ci stiamo affacciando.

Di seguito spiegherò alcuni concetti che mostrano fino a che punto non possiamo svincolare l’energia dall’economia nella nostra società, e come pretendere di risovere il problema energetico senza prima cambiare il modello economico, è inevitabilmente destinato al fallimento. Non dimostrerò niente di concreto, nè quantificherò precisamente il bilancio energetico-economico delle transazioni umane descritte; solo cercherò di far comprendere, per mezzo di alcuni casi ed esempi,  quanto sia necessario un approccio olistico della questione e come le tipiche soluzioni semplicistiche di risparmio ed efficenza che vengono proposte, dai circoli dei nostri paesi fino ai più alti piani decisionali dello Stato, peccano di una ristrettezza di vedute che li rende inutili, quando non controproducenti, nella pratica.

Una prima questione da tenere in conto, citata frequentemente nell’ambito del tema Picco Del Petrolio, è il paradosso di Jevons. Per quelli che non conoscono la storia: William Stanley Jevons, lord inglese che visse ormai due secoli fa, osservò che nel secolo XIX più si introducevano miglioramenti nelle macchine a vapore per aumentarne l’efficienza e più aumentava il consumo di carbone, invece di diminuire come sperato. La ragione è che si produce quello che in economia si chiama ‘effetto rimbalzo’: se diminuisce il costo di un prodotto (in denaro o in energia) senza modificare altri fattori, ciò risulta in un incentivo a consumare maggiormente quel prodotto, se il suo maggior consumo ci dà vantaggi, dato che con lo stesso potere d’acquisto potremo consumarne di più; peggio ancora, chi prima non poteva accedere a questo consumo per non avere sufficiente potere d’acquisto, ora potrà farlo. Ovvio che l’effetto rimbalzo non si produce in aree dove non c’è un guadagno reale dovuto al maggior consumo (per esempio, non è vero che le lampadine efficienti siano da sole la causa di un aumento del numero di lampadine; se si vendono più lampadine è principalmente per altri motivi), però l’effetto esiste ed è determinante soprattutto nell’acquisizione di beni strumentali destinati alla produzione di altri beni e servizi, cioè l’attività economica. Si deve capire pertanto che il ripetuto richiamo al miglioramento dell’efficienza è controproducente se non è accompagnato da altre misure, perchè invece di stimolare un minor consumo è uno stimolo ad un maggior consumo. Un esempio: se un’auto consuma 20 l / 100 Km e la benzina è cara, pochi compreranno un’auto, però se la stessa auto, allo stesso prezzo, consuma 5 l / 100 Km automaticamente una maggiore quantità di persone penserà che è una buona idea comprare il veicolo. La realtà è piena di esempi simili, nei quali il miglioramento dell’efficienza in generale (non solo energetica) e non solo riguardo ai beni, ma ai mezzi di produzione, ha aumentato notevolmente il consumo di molti prodotti (chi pensava di comprare un PC 30 anni fa?). Il problema è che le misure che dovrebbero accompagnare il miglioramento dell’efficienza sono quelle di pianificazione e di razionamento. Il problema del

razionamento è già stato oggetto di commenti in queste pagine: se si prova a renderlo compatibile con una economia di mercato, o anche in sua assenza, si origina un mercato nero che può destabilizzare il sistema e favorire la crescita di mafie che finiscono per mangiarsi lo Stato, in casi estremi. Nonostante tutto, il governo britannico, che sta prestando più attenzione di altri al problema del Picco Del Petrolio, ha considerato la possibilità di introdurre tessere di razionamento dell’energia. Sia come sia, l’efficienza ha senso solo se si limita l’accesso alle materie prime a monte, e questo non è compatibile con la nostra economia di libero mercato. In più, l’aumento di efficienza implica una diminuzione del costo di produzione (costo energetico ed anche economico), ragion per cui il valore del prodotto in realtà non aumenta, il PIL è costante. In altre parole, con una limitazione dell’accesso alle risorse, migliorare l’efficienza significa sì aumentare beni e servizi ma semplicemente perchè il costo unitario (economico) di questi diminuisce. Essenzialmente, un’economia così non cresce. E non crescere, ora lo vedremo, è veleno per il nostro sistema economico.

Un’altro argomento che comunemente ritorna, è che con un’adeguata coscienza sociale si può risparmiare moltissimo e così rinviare il collasso, mentre la società si adatta alla nuova realtà di risorse materiali più scarse. Tutti siamo coscienti che nella nostra società occidentale si spreca tantissimo. Buttiamo cibo in buono stato che serve solo ad ingrassare i parassiti delle discariche, sprechiamo acqua a fiumi, cambiamo continuamente vestiti, cellulare, auto. In Spagna, in un’epoca non lontana, si cambiava anche casa periodicamente. Non abbiamo bisogno di tanto, senza dubbio. Forse con un decimo, anche con un centesimo di tutto questo, potremmo mantenere una vita degna e funzionalmente molto simile all’attuale. Risparmieremmo le risorse principali e ci converrebbe pure montare un sistema di energie rinnovabili a piccola scala, e riguardo al resto delle materie prime, sommando la discesa dei consumi, il loro uso razionale e il riciclaggio integrale, potremmo rinviare i problemi di esaurimento di vari millenni, mentre impariamo a sintetizzare materiali efficaci attraverso il carbonio e altri atomi abbondanti. Insomma, ci troviamo davanti ad un cammino chiaro e spedito verso la soluzione, che ci eviterebbe qualsiasi rischio di degrado sociale e caos. Però, perchè non lo seguiamo? Semplicemente, perchè non possiamo. Non ci è possibile finirla di consumare a questo ritmo, anzi è necessario consumare ad un ritmo crescente. E’ una necessità del sistema finanziario. Senza questo consumo crescente, una massa di individui, che finirebbe per essere la maggioranza, si troverebbe senza lavoro e senza mezzi di sussistenza, e dato il modello del debito e della proprietà privata in cui viviamo, senza una totale sovversione dell’ordine imperante, senza una rivoluzione nella quale questa gente si appropriasse con la forza delle proprietà e del potere, il loro destino è agonizzare e morire. Può sembrare stupido, però di fatto è qualcosa che si ripete nella storia dell’Umanità: Jared Diamond lo illustra nel suo libro “Collasso: perchè alcune società decidono di fallire ed altre hanno successo”. Sappiamo di 26 civiltà antiche che collassarono perchè non furono capaci di trovare un modello alternativo alla gestione delle loro risorse, in qualche caso per mancanza d’immaginazione, per essere rimaste intrappolate nel loro Business As Usual, il loro BAU; morirono per la diminuzione di risorse disponibili, però non per mancanza di risorse propriamente dette. Un caso paradigmatico è quello dei Maya in Yucatán, che si lanciarono in una serie di guerre di dominio senza avere le sufficienti risorse per sostenerle (fondamentalmente il mais, nel loro caso) e alla fine collassarono fino a scomparire da quelle terre, anche se il territorio era ancora ben capace di sopportare una popolazione come quella

che collassò. E’ che nella guerra si consumò tutto il mais e si distrussero le opere di irrigazione fondamentali per mantenere una buona produttività, e i guerrieri non poterono sopravvivere con raccolti sempre più esigui. La nostra situazione assomiglia a quella dei maya? Vediamo qualche esempio illustrativo.

In un recente conferenza a Barbastro, un difensore delle soluzioni tecnologiche al problema della sostenibilità disse che in Spagna ogni persona consuma in media 20 kg di vestiti all’anno. Una quantità che considerò smisurata, se invece di dedicare tante risorse materiali ed energetiche a questa produzione, un uso quantomeno frivolo, si destinassero per preparare la transizione verso un mondo a basso consumo tutto sarebbe molto più facile. Tuttavia, chi proponeva quest’idea (simile, sia detto, ad altre che centrano le loro critiche in attività più o meno commerciali che sono la norma nella nostra società) non si rendeva conto che se da un momento all’altro in Spagna si passasse dal consumare  20 kg di vestiti all’anno per persona a, mettiamo, un solo frugale kilo, ci troveremmo nella situazione in cui il 95% della produzione tessile nel nostro paese scomparirebbe. Che liberazione di risorse! penserete, però significherebbe di sicuro il fallimento o la scomparsa del 95% delle industrie (o perlomeno dei loro affari nel paese) e il 95% dei loro dipendenti finirebbe per strada. In più, finirebbe per strada il 95% degli impiegati nel settore logistico specializzato nella distribuzione del tessile. Dovrebbero naturalmente chiudere il 95% dei negozi di abbigliamento e dei settori abbigliamento dei grandi magazzini. Questo sarebbe solo l’impatto diretto di questa caduta di consumo, a cui però si deve aggiungere l’indiretto: quel 95% di diminuzione delle imposte che lo Stato incassa da questi settori colpiti; la perdita di clienti dei bar delle zone commerciali, la diminuzione della vendita di altri beni e servizi dovuto all’ingrossarsi delle liste dei disoccupati; i quali, poi, suppongono un costo extra per lo Stato, che oltre a veder diminuire gli ingressi aumenta così le spese e pertanto deve tagliare altri servizi, generando più disoccupazione e più contrazione economica. Infine, è ovvio che un cambio del genere non si può attuare dalla sera alla mattina, causerebbe un danno enorme. Essenzialmente, il nostro sistema economico è un ‘obeso morbido’ con la tensione altissima, la cui vita corre pericolo ma che non può dimagrire troppo rapidamente per il rischio di causare tali scompensi da portarlo alla morte. Quindi dobbiamo farlo dimagrire a poco a poco, mentre sgonfiamo le spese superflue e investiamo nelle cose essenziali. E quali sono le cose essenziali, direte voi? Bé, investire in rinnovabili, nell’agricoltura… Il problema è che non possiamo aspettarci che questo cambio avvenga spontaneamente; già abbiamo visto in altri articoli che da un certo punto in poi investire in rinnovabili non è redditizio secondo i criteri economici standard, e che di fatto le rinnovabili non possono risolvere la crisi energetica per come si sta gestendo la loro implementazione. Dato che non si possono obbligare gli investitori a spendere i loro soldi in qualcosa che ora come ora non percepiscono come redditizio, e lo Stato non ha soldi neppure per aiutarne lo sviluppo (non parliamo di finanziarlo), il fatto è che oggi non si finanziano le attività fondamentali per il cambio del modello produttivo, economico e sociale. E quando sarà evidente che è necessario farlo, il livello di degrado del mercato sarà tanto profondo che mancheranno i capitali e mancheranno alcune forniture di base, e sarà una faccenda ardua e penosa, se non impossibile.

Siamo sinceri: non c’è una reale intenzione di cambiare il sistema. Sí, si investe qualcosa in energie rinnovabili, ma sempre con i criteri classici di redditività e profitto. Cosa ripetono i

gestori di investimenti nelle rinnovabili? Che devono migliorare tecnologicamente perchè i loro costi diminuiscano e siano redditizie. E quando dicono redditizie non intendono dire che basta che coprano le spese, no; quello che intendono dire è che ci vogliono tempi di ritorno dell’investimento di pochi anni e che il profitto sia come minimo del 5% annuo. Insomma, non si vuole giocare ad altro gioco che non sia il solito BAU, non si accetta che le regole devono cambiare, e si cerca di forzare la Termodinamica perchè le rinnovabili producano profitto in funzione di quei numeri che dicevamo sopra. Però la Termodinamica è molto testarda…

Qual’è, quindi, lo schema che si segue? Che bisogna provare ad aumentare il consumo, non ridurlo. Vi ricordate? Al principio di questa crisi si disse che consumare è patriottico; lo disse pure Gordon Brown, l’allora primo ministro del Regno Unito. Senza aumento del consumo non c’è crescita economica e senza crescita economica non si possono pagare i debiti. E cosa credete che succederà ora che stiamo entrando in una nuova fase di recessione? Che con l’aumento del problema dei debiti che non riusciamo a pagare, certo non possiamo pensare di smantellare attività più o meno redditizie per altre che lo sono molto meno,  e in più con il debito che aumenta. Sapete quante volte ho sentito che con la crisi che c’è, non è il momento di investire in energie verdi? Che questo dopo, quando la crisi sarà superata? Non gli si può dare torto, è logico, non sono redditizie. Quando si superi la crisi, dicono, quando finirà questa crisi, che però purtroppo non finirà mai (come già discusso in un’altro articolo). Quindi è facile capire perchè credo che da questa spirale di degrado economico si potrà uscire solo con una esplosione sociale, mediante una rivoluzione. In alternativa, con un collasso.

 

Fonte: http://crashoil.blogspot.com/

Autore: Antonio Turiel Dottore in matematica e fisica teorica e scientifico titolare presso l’Institut de Ciències del Mar del CSIC (Consejo Superior de Investigación Cientifica) di Barcelona.

Traduzione: Riccardo Micco per ‘A Madrid Si Muove Un’Altra Italia’.

1 Di fatto il petrolio ha un enorme impatto, per la sua grande varietà di usi (chimica, farmaceutica..) per l’energia fornita alle macchine e ai mezzi di trasporto (aerei, navi, trattori, altoforni..) così come supporto alla produzione di altre fonti energetiche (miniere, dighe, aerogeneratori..). Qualsiasi attività umana dipende dall’energia in generale ma dal petrolio in particolare.  (su)

2 La relazione tra consumo di energía e PIL è tanto conosciuta che la IEA è solita pubblicare, nel suo annuale World Energy Outlook, un grafico che relaziona consumo (espresso in milioni di tonnellate di equivalente petrolio) e PIL mondiale (armonizzato a parità di potere d’acquisto procapite) e la forte connessione dell’andamento delle due variabili si mantiene anche per i periodi di recessione. (su)

URL breve: http://www.lolandesevolante.net/?p=2839

Scritto da il 29 feb 2012. Registrato sotto Dalla sala macchine, Ultimi a bordo. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

3 Commenti per “Perché sprechiamo così tanto”

  1. ziomaul

    Jevrons in realtà non è una legge della fisica ma solo un ragionamento filosofico! Questo ragionamento avrebbe dei fortissimi limiti nella realtà.

    Si dimentica che anche l’aumento della popolazione aumenta il PIL. Se non aumenta la popolazione, aumentano i vecchi, che sono più esosi di risorse e specie delle vecchie risorse per tradizione.

    Il 5% non lo darebbe neanche l’agricoltura! Questa è una vecchia scusa dei vecchi che non vedono i nuovi metodi come reali.

    Ciao

  2. durruti

    @ziomaul: non capisco cosa vuoi dire.

    C’è un interessante articolo, su http://goofynomics.blogspot.com/2011/12/decrescita-de-che.html che descrive un atteggiamento tipico dei Savonarola della descrescita, cioè magnificare prassi di risparmio ed efficienza (che sono giustamente da incoraggiare perchè eticamente positive) senza però spiegare cosa fare con i soldi e le risorse risparmiate ed eludendo il fatto che nell’attuale modello economico, un risparmio per qualcuno è un deficit per qualcun’altro.

    E non voglio criticare nulla, sto solo cercando di scambiare idee, perchè per me la vita ha senso se si ha curiosità, ci si pone continuamente dubbi e domande e si mettono insieme idee ed esperienze per cercare risposte.

  3. Elisabetta Gueli

    Analisi molto condivisibile, soprattutto là dove lega indissolubilmente politica ed economia. Attualmente i politici sono i lacché di banchieri e finanzieri, sarebbe ora di restituire a politica ed economia il loro ruolo: sono semplicemente mezzi per governare alcune situazioni, ma al centro di tutto dovrebbe esserci l’Uomo/Donna con le sue esigenze e realtà, e la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta.

    Non mi sembra che certi processi possano avvenire gradatamente come il dottore auspica, l’essere umano comprende e si sveglia dal suo sonno soltanto quando è messo di fronte ad eventi catastrofici e traumatici. Speriamo che ciò avvenga per
    collasso del capitalismo e per implosione della finanza, e non tramite una rivoluzione, c’è già abbastanza violenza al mondo.

    Quello che mi appare ingenuo da parte di tutti gli analisti è che forniscono interpretazioni e soluzioni anche corrette, ma con la pregiudiziale che gli attuali
    governanti ed economisti stiano facendo il possibile per risollevare le sorti del dollaro, dell’euro, dell’economia.
    Così non è. Queste politiche depressive demenziali hanno esattamente lo scopo opposto, e cioè quello di aumentare la forbice fra ricchi e poveri, creare una sacca di povertà nel Sud d’Europa da sfruttare come cinesi, a tutto vantaggio dei paesi del Nord.
    Per questo bisognerebbe uscire dall’euro e creare un’unione dei paesi del Mediterraneo, con Grecia, Portogallo, Spagna, Tunisia, Marocco, e chiunque volesse aderire, che so, Macedonia, Albania, riappropriandoci della sovranità monetaria e creando una nuova moneta, non in concorrenza con dollaro od euro, ma per fatti nostri.
    Escludendo assolutamente il ritorno alla lira, con buona pace di Barnard, che sarebbe un suicidio collettivo di portata megalitica.

    Saluti cordiali.
    e.

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